Villa Grazioli

Alcune informazioni su Villa Grazioli

Come si evince da una lapide nella cappella che riporta il breve pontificio di Gregorio XIII, il primo nucleo della villa viene ultimato nel 1580 dal cardinale Antonio Carafa.

Le piante conservate presso l’Archivio di Stato di Firenze e il National Museum di Stoccolma mostrano il primitivo impianto della villa impostato su una planimetria a U che riprende il modello peruzziano di Villa Farnesina. Testimonianze relative alla sua prima fase sono inoltre le vedute affrescate in alcuni ambienti della villa che mostrano il fronte dell’edificio con un portico in peperino a cinque arcate, sovrastato da una terrazza, tra due ali. La facciata verso occidente si presentava in questa fase sostanzialmente compatta se si eccettua l’emergenza della torre belvedere su modello della coeva torre del Mascherino per il Palazzo del Quirinale.
Alla morte del cardinale Carafa, Alberto e Ottavio Acquaviva d’Aragona acquistano la villa nel 1592 e in particolare a quest’ultimo si devono le trasformazioni all’interno dell’edificio. All’inizio del Seicento la fabbrica acquisisce una nuova veste decorativa con gli affreschi di Agostino Ciampelli (1603-07), un ciclo considerato tra più rilevanti delle ville tuscolane, purtroppo notevolmente deteriorato col passare degli anni. Gli affreschi coprono le stanze maggiori dei due appartamenti che sono collegati alla sala d’ingresso e alla galleria. I temi si ispirano al trascorrere del tempo, alla raffigurazione degli Elementi e delle Stagioni, alla celebrazione del giardino come Paradiso, ma anche all’esaltazione di Poesia, Fama e Virtù (Stanza delle Virtù). La distribuzione dei temi decorativi segue l’orientamento della villa per cui il tema del “Giorno” (Stanza del Sole) è rappresentato in una stanza- nell’ala occidentale dell’edificio, mentre quello della notte (Stanza del Riposo, perduta nel 1979) nella volta di una sala dell’ala orientale. Gli emblemi Acquaviva sono ripetuti più volte nella decorazione delle stanze maggiori ma anche nei soffitti lignei di quelle minori sia sotto forma di stemma sia scomposti nei vari elementi (i “pali” d’Aragona, il Leone d’Acquaviva, la Croce gerosolimitana e il Giglio).Nel 1613 la villa viene acquistata dal cardinale nepote Scipione Caffarelli Borghese che la cede poco dopo in cambio di villa Mondragone al cardinale Taverna, il quale a sua volta la vende nel 1614 ai Peretti Montalto. A questa fase risale la decorazione della Stanza di Eliseo ad opera di Antonio Carracci che inserisce nella decorazione anche una veduta della villa. Passata in eredità dai Montalto ai Savelli, come attesta anche l’iscrizione in un’incisione dal Kircher (1671), la villa viene poi venduta a Livio Odescalchi, duca di Ceri e nipote di Innocenzo XI (1683). Tra il 1696 e il 1698 il nuovo proprietario promuove lavori di restauro sotto la direzione di Giovan Battista Fontana: si consolida l’edificio, vengono rifatti i solai, i pavimenti e gli infissi, si provvede inoltre alla sistemazione dell’acquedotto.

Negli anni ’20 del Settecento Baldassarre Erba, l’erede designato di Livio Odescalchi modifica profondamente l’aspetto dell’edificio: edifica la “Galleria nova” sulla terrazza sopra il portico e, sopra questa, “l’appartamento novo”. Le strutture articolate degli avancorpi e la torre cinquecentesca vengono inglobate nella nuova fabbrica che assume l’aspetto tipico del palazzo settecentesco di città. Anche la facciata meridionale in questa fase muta forma grazie anche all’inserimento di una cortina di mattoni. Il portico a terra viene conservato, mentre l’immagine generale viene alleggerita con l’inserimento di strombi prospettici nei finestroni della nuova Galleria e cornici mistilinee nelle finestre del piano superiore.

Particolare attenzione è dedicata alla decorazione pittorica a opera di Giovanni Paolo Pannini della “Galleria nova”, sala lunga e stretta, coperta da una volta a botte lunettata. Nei lati maggiori è una sequenza di partiti architettonici alternati da edicole e nicchie, nei lati lo spazio si prolunga negli sfondati prospettici con al centro le finte statue di Apollo e Diana; nelle sovraporte i putti raffigurano allegorie delle Stagioni, nelle lunette figure femminili impersonificano i Continenti mentre negli ovali della volta sono i Quattro elementi (Acqua, Aria, Terra é Fuoco). Il nome dell’artista, citato in un inventario della villa del 1743, ritorna nelle iniziali sulla costa di uno dei libri che accompagnano la personificazione dell’Europa. Nelle stanze del vicino “appartamento novo” le decorazioni rococò sono assai danneggiate. Nei salotti Giuseppe Aldobrandini realizza sulle pareti scenografie prospettiche e partiti decorativi a grottesche, mentre le quattro volte con le Giornate della Creazione sono del Pannini.
In questo periodo anche il giardino viene ridisegnato. La parte all’italiana resta limitata alle tre terrazze del bastione mentre il resto del parco è arricchito con nuove alberature e boschetti, pur mantenendo l’aspetto di podere agricolo con alberi da frutto, vigna e uliveti.Nel 1833 la villa passa al Collegio di Propaganda Fide e poi nel 1843 a Pio Grazioli, la cui famiglia ne conserverà la proprietà fino al 1987. La villa è danneggiata dai bombardamenti e diventa poi rifugio per sfollati; attualmente è stata ristrutturata e adibita ad albergo.

Info: segreteria@irvit.it